Le fanfic di X-Files

Un inizio senza fine

La storia della dominazione, di Mulder, Scully e William...
Autore: Maida
Pubblicata il: 01/07/2015
Rating: PG, da leggere con i genitori
Genere: ANGST, MRS/RSM
Sommario: La storia della dominazione, di Mulder, Scully e William...
Note sulla fanfic: Non l'ho finita, non so se ho scritto qualcosa di leggibile, é la prima volta, scusate se sono stata pessima!

Archiviazione: Si
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Orme sulla neve.

Respiro affannato.

Solo ombre tra gli alberi… un immensa distesa di alberi. Dove trovare rifugio? Si sentiva braccato, sentiva che sarebbero stati su di lui da li a poco. Non vedeva luci, nessuna casa in avvicinamento. Il vento soffiava e lui correva, ogni suo muscolo contratto dal dolore. Sapeva che se si sarebbe fermato sarebbe stata la fine. - Resta concentrato, tutto questo non ha senso. Deve esserci una spiegazione, deve esserci… - aveva ancora in testa i corpi riversi dei suoi genitori nel salone. Nemmeno il tempo di un’ultima carezza, nemmeno il tempo di toccare i loro corpi, quelle due persone che tanto lo avevano amato e che tanto lui amava. Aveva la nausea, le lacrime gli colavano sulle guance fredde. Quelle stesse ombre in casa sua, lo stavano cercando, inseguendo… non poteva lasciare, non doveva… poteva quasi sentire il loro respiro glaciale su di se… poteva…

 

All’improvviso aprii gli occhi. Il cuore stava per esplodergli nel petto. La gola secca, perle di sudore freddo gli scendevano lentamente sul viso. Quel viso ancora cosi giovane. Si ritrovò seduto nel suo letto. Era stato solo un incubo. Ancora, un altro, incubo. Questa volta sua madre non era al suo fianco, non doveva aver gridato, pensò tra se e se. Decise di calmarsi concedendosi una doccia. Passò in fretta davanti alla porta socchiusa della camera dei suoi genitori, senti suo padre russare e il respiro lieve di sua madre. Quante volte quei semplici rumori lo avevo tranquillizzato.

Cosa non andava?

Decise di scaldarsi un po’ di latte per fare chiarezza, vista l’ora suo padre non avrebbe tardato ad alzarsi. Si sedette a tavola e prese la tazza tra le mani. La guardò, era anonima. Proprio come lui. A scuola era considerato parte dei muri da tutti i ragazzi, non gli andava di fare lo stupido come la maggior parte di loro, non voleva mettersi nei guai. A lui la scuola piaceva, veramente. Era attirato dalle materie scientifiche, voleva solo riuscire, null’altro contava. Sarebbe stato biologo, forse, o medico. Si sentiva, diverso. Come se, non andasse di pari passo con il resto del mondo. Sua madre gli aveva detto che era proprio il suo carattere a renderlo speciale. Ma lui voleva solo restare invisibile, voleva essere lasciato in pace. Quello che gli altri pensavano di lui non lo interessava. Con le ragazze la faccenda era totalmente diversa... lo guardavano di nascosto, arrossivano parlandogli e le più audaci cercavano di attirare la sua attenzione durante l’ora del pranzo. Sapeva di avere un certo charme che non era certo dovuto al suo modo di vestire, che era piuttosto semplice o al suo modo di fare, timido e taciturno. A detta della sua famiglia possedeva uno sguardo fuori dal comune e il colore dei suoi occhi era un grigio acceso e pensieroso. Quegli occhi che non aveva ereditato dai suoi genitori… ma da un vecchio antenato rubacuori, come era suo solito prenderlo in giro sua mamma. Lui, non vi trovava niente di utile a tutto ciò. Ovviamente. I suoi occhi gli permettevano di studiare, leggere, scoprire il mondo. Questo era quello che contava per lui. I suoi capelli erano castano scuro e al sole era possibile scorgere dei riflessi ramati. I lineamenti ancora titubanti a cavallo tra l’infanzia e l’adolescenza, delicati ma allo stesso tempo decisi.

Si sentiva meglio. Bere qualcosa di caldo lo aiutava a pensare con chiarezza. Perche tutti quegli incubi nelle ultime settimane? Tutti quei dettagli sempre più chiari e vividi nella sua testa? Quel sentimento di angoscia restava con lui a lungo durante il giorno. Aveva già avuto altri incubi in vita sua ma questi scomparivano alle prime luci dell’alba. Ma la faccenda ora, era diversa. Lo rendevano triste, ancora più introverso e malinconico, voleva capire. Forse aveva una qualche malattia mentale, che associata al suo carattere chiuso, avrebbe svelato il nome complicato di una qualche strana patologia… avrebbe controllato in biblioteca. Avrebbe potuto avere delle risposte molto più rapidamente se si fosse arreso all’arrivo della tecnologia, ma lui, no, trovava un certo fascino nello sfogliare i libri, gli raccontavano molte cose, erano suoi amici, non lo tradivano mai. A volte si chiedeva se non fosse caduto dal cielo. Si sentiva diverso persino dai suoi genitori, loro erano schietti, aperti, rassicuranti. Amavano i lavori manuali, la campagna, l’allevamento. Sua madre cucinava sempre con il sorriso sul volto. Suo padre lavorava nei campi la mattina presto fino al primo pomeriggio, poi andava a dare una mano agli altri contadini più anziani della comunità. Lui non amava nessuna di queste attività. Lui, era…

“William, cosa fai già in piedi, sei caduto dal letto?” era suo padre, che lo svegliava di colpo dalle sue riflessioni. “Già che ci sei, vieni a darmi una mano la fuori”. Con poco entusiasmo William annui, si alzò dalla sedia, lavò la tazza anonima e gettò un occhio al calendario posato sul frigorifero… era il 6 gennaio, il suo ultimo giorno di vacanza prima della ripresa della scuola.

 

Correva l’anno 2012.

 

Gli anni l’avevano resa ancora più bella.

 

Sembrava quasi che il dolore avesse forgiato il suo viso. I suoi lineamenti erano cambiati. Erano ormai passati quasi 20 anni dal loro primo incontro. 19 anni che lei era al suo fianco. Lo aveva deriso, certo, i primi tempi, ma mai con cattiveria. Aveva dubitato di lui. Aveva cambiato idea e infine aveva sacrificato tutto per seguirlo e inseguirlo nei suoi deliri. Già, si sentiva invecchiato. Ma il suo spirito non taceva, mai. Sapeva che quell’anno segnava una data importante. Lui sperava che lei se ne fosse dimenticata. Sapeva che fosse impossibile, ma voleva crederci. Voleva poter immaginare per lei una vita diversa, una vita migliore, l’aveva privata di tutto. Erano passati 10 anni, oramai, da quando avevano lasciato Washington e di quella notte malata, non ne aveva più parlato. Lei non glielo aveva mai detto chiaramente ma non voleva farlo, aveva avuto troppa paura di perderlo. Per questo motivo lui non voleva privarla più di niente e cercava di renderla felice, nel suo piccolo. Quell’anno si erano persino concessi una follia: erano tornati alla base militare di suo cognato, e avevano passato il Natale e le feste di Capodanno con quello che restava della sua unica famiglia, la famiglia di Scully. Quei momenti, non lo mettevano mai a suo agio, dopo tanto tempo ancora non vi si era abituato e i suoi genitori e Samantha gli mancavano ancora troppo. Ma Margaret gli voleva bene, lo aveva sempre fatto e lui ricambiava con affetto le sue attenzioni. Avevano bisogno entrambi di una buona dose di calore.

Ma la frenesia del lavoro gli mancava e stare cosi, rinchiuso in una stanza a rimuginare aspettando la fine del mondo in modo totalmente passivo, non era da lui.

Insomma, si sentiva combattuto. Soprattutto da quando aveva ricevuto quella lettera dal Pentagono. Non trovava il coraggio di dirlo a Scully, non voleva darle un altro dispiacere. E poi, aveva paura, paura che lei questa volta, non lo avrebbe seguito. Ma questa volta era diverso, persino lei avrebbe dovuto sentirlo.

La guardò, era tardi, dovevano essere le 3 del mattino. Le tolse una ciocca di capelli dal viso, la accarezzò, non voleva svegliarla, si sarebbe addormentato cosi come al solito, al suo fianco, pensando a loro figlio, sperando con tutto il cuore che stesse bene in qualunque parte del mondo si trovasse ora. Ma senza nemmeno rendersene conto, la baciò. Il suo odore era infinitamente eccitante, l’aveva sentito ancor prima di posare i suoi occhi su di lei, la prima volta, in quell’ufficio. Pian piano anche le labbra di lei si schiusero e ricambiarono il bacio. Scully aprì lentamente gli occhi, lo guardò e gli sorrise. “Che ti succede?” “Scusami, non volevo svegliarti…. Davvero… ma non ho saputo resistere. Ti ho mai detto quanto importante sei per me?”

“Cosa ti succede, Mulder? Hai avuto un incubo?” lui sorrise e la guardò con delicatezza. “No, no… al contrario, non riesco ad addormentarmi. Mi succede spesso, sai, e ogni volta guardarti mi tranquillizza, mi sento in pace il tempo necessario perché il sonno mi travolga.”

- Sei bellissima, non so nemmeno se te l’ho mai detto- si disse tra sé. Si guardarono a lungo. Lui provava della pena, si sentiva male per la vita che le aveva offerto.

“Non pensare” disse lei “baciami di nuovo, te ne prego” sfiorò la guancia di Mulder con le sue dita, lo guardò con occhi languidi fino a che i loro visi non furono di nuovo l’uno contro l’altro.

Si baciarono per molto tempo, le loro lingue non smettevano di cercarsi e i loro corpi bollenti si unirono e restarono abbracciati fino alla fine della notte. Scully guardò Mulder, la sua testa appoggiata sul suo seno. Quanto aveva sofferto per averlo? Quante lacrime erano uscite dal suo cuore e quante volte aveva sognato di stringerlo cosi nel suo letto? E dopo tutti quegli anni, dopo tutte quelle prove, la sua paura di perderlo perdurava ancora. A volte riusciva a tenere la mente occupata, con il lavoro. Ma non appena non aveva sue notizie per qualche ora o quando capitava che discutessero, aveva sempre paura che lui sparisse. Per sempre. Ultimamente quella paura era diventata più ricorrente, ma lei non voleva dirglielo.

Lo aveva privato a sufficienza della sua vita, non gli aveva permesso di tornare a lavorare l’ultima volta che l’FBI li aveva contattati, 4 anni prima. Lo aveva minacciato di andarsene. Lui aveva scelto, per amor suo, ma lei sapeva che non lo aveva reso felice. In fondo lei aveva la medicina, la scienza… - al diavolo - si disse - tu sei tutto ciò che conta per me. Ho tanto lottato per avere questa parvenza di vita. -

Erano riusciti persino ad avere dei momenti felici in quei 10 anni, quando il loro pensiero non era rivolto al figlio perso. Il suo stipendio permetteva loro di vivere con dignità. Non si sarebbe mai dimenticata il giorno in cui firmarono il contratto per l’acquisto di quella casa. Avevano passato mesi in una baracca di 15 mq e il giorno del grande cambiamento lui l’aveva presa tra le braccia varcando la soglia di casa, sotto lo sguardo attonito e divertito del notaio. Non era da Mulder, certo. Ma lei sapeva che lui si era sforzato di offrirle dei momenti di vita normale in quegli ultimi anni. Lei ne era riconoscente. Davvero. Nel loro essere coppia, la “normalità”, rappresentava solo delle briciole. Si riscoprivano ancora gelosi, possessivi e orgogliosi di essere l’uno per l’altra.

Cosi come la loro necessità di cercarsi con la mente e con il fisico, non era sbiadita con il passare del tempo. Quando i loro corpi erano in contatto tra di loro, si raccontavano tutti i loro segreti. Attraverso gli sguardi, con il proprio respiro, assecondando le proprie voglie.

No, non poteva perderlo. Nemmeno un giorno. Ne sarebbe morta questa volta.

  

FEBBRAIO

Orme sulla neve.

Respiro affannato.

Solo ombre tra gli alberi.

William correva ansimando, nauseato, con mille domande che gli ruotavano intorno alla testa. Cominciava a rendersi conto che quello fosse un incubo, era un incubo? Forse se si fosse fermato, se si fosse girato, avrebbe potuto vedere i suoi inseguitori, dare un volto a quelle ombre che avevano assassinato i suoi genitori. Ma allora, sarebbe morto anche lui. Quanto avrebbe potuto continuare cosi? Mani, dita lunghe e affusolate intorno al suo collo, intorno alle sue spalle. Odore di freddo e di morte. La paura gli inchiodò all’istante le gambe.

 

“Ahhhh… dannazione, ma cosa cavolo…” il rumore sgradevole e familiare della sveglia lo risvegliò del tutto. In fretta e furia si alzò, si preparò per andare a scuola, scese in cucina e inghiottì una colazione tiepida. Scambiò appena due parole con i suoi genitori e un bacio frettoloso prima di cominciare un'altra giornata di scuola. Il tempo stava passando molto in fretta, le vacanze di Natale erano ormai un ricordo lontano. In meno che non si dica si sarebbe ritrovato alla fine dell’estate e a dover affrontare l’ultimo anno delle scuole medie. Sperava di poter avere dei buoni risultati per poter integrarsi poi più facilmente al liceo. Avrebbe scelto il rame scientifico, ovviamente, la sua scelta gli era ormai chiara in testa. Era forse l’unico dei suoi compagni a sapere cosa la vita gli avrebbe offerto. Tanto non credeva al destino. Il futuro andava costruito giorno per giorno, non c’era un attimo da perdere. Quando guardava i suoi compagni, cosi vuoti, cosi… persi nelle cretinate tipiche dell’adolescenza, aveva quasi pena per loro. Un giorno avrebbero capito, un giorno avrebbero rimpianto, la vita era una e bisognava viverla e sfruttarla per conoscere, istruirsi, girare il mondo, avere il lavoro dei propri sogni. No, non sarebbe finito a lavorare nella fattoria di suo padre, come il 90% dei suoi compagni. Quello sarebbe stato il loro destino se avessero continuato in quel modo. No, lui era diverso, lui era l’unico a poter decidere del proprio futuro.

Le ore passarono in fretta anche quel giorno e in un breve istante si ritrovò di nuovo all’ora del pranzo. Ascoltò distrattamente le parole di una giovane ragazza bionda di cui ricordava a malapena il nome, che venne a parlargli timidamente. Le rivolse un sorriso di circostanza e scosse negativamente la testa a quello che, se aveva capito bene, doveva essere un invito a pranzo. Si alzò, prese il panino che si era preparato la sera prima e decise, malgrado il freddo ancora pungente, di andare ad isolarsi in terrazza. Ero l’unico posto in cui l’avrebbero lasciato tutti tranquillo. Mangiò e ripensò all’ennesimo incubo che l’aveva assediato quella notte. Fini di bere la lattina di coca-cola e nell’ultima mezz’ora di tempo libero che gli restava prima del suono della campanella, decise di dedicarsi ad una delle sue attività preferite. Tirò fuori un quaderno di piccole dimensioni. Un quaderno dalla copertina anonima ma in perfetto stato. Prese la matita a mine e cominciò a disegnare quello che vedeva, quello che si trovava di fronte a lui. Disegnò la corte della scuola, il giardino intorno ai cancelli, gli alberi e… da quanto tempo tutte quelle nuvole erano comparse nel cielo? Malgrado gli inverno fossero stati rigidi, raramente aveva assistito all’arrivo di tempeste di pioggia o di neve così rapidamente.

Poi guardò il suo disegno ancora un istante dimenticando in fretta quella riflessione.

Prese la gomma e ne cancellò una buona parte e quasi come se fosse in trance, ricominciò il lavoro. Era talmente concentrato che non si rese conto che la campanella aveva suonato già da qualche minuto. Quando fu infine soddisfatto, posò il quaderno. Cercò di riscaldarsi le mani infreddolite. Guardò l’orologio e si rese conto di essere in ritardo di almeno un quarto d’ora. Riprese il quaderno e rimase qualche secondo stupefatto prima di riprendersi e di correre verso la lezione di algebra. William riconobbe al posto della corte della scuola, un enorme cratere nero, come se qualcosa vi fosse uscito dall’interno. Gli alberi erano completamenti distrutti, anneriti, senza foglie, senza vita. I cancelli intorno alla scuola ridotti in laniere. Grosse nuvole nere completavano l’opera. In una sola frase: tutto era morto.

 

 

Scully ripensò alle ultime discussioni avute con Mulder. Non ne erano ancora venuti a capo. Aveva l’impressione che, malgrado i loro sentimenti, si stessero allontanando. Non voleva, ma oramai sembrava che non avrebbe più potuto farci niente. Entrò nella doccia: avrebbe dovuto sbrigarsi o sarebbe stata in ritardo. L’acqua era al limite del sopportabile, la temperatura ideale per iniziare una buona giornata. Malgrado fosse febbraio inoltrato, sembrava di essere ancora al primo giorno di inverno. Sembrava quasi che riflettesse il loro stato d’animo interiore.

Con un solo gesto della mano tolse la condensa dallo specchio del bagno. Si guardò. Era invecchiata, inutile negarlo. Era diversa. Ma cosa stava facendo? Stava forse rendendo infelice l’unica persona ad avere ancora un senso nella sua esistenza?

Aveva oramai deciso, quella notte non sarebbe rientrata. E nemmeno le seguenti. Avrebbe spento il telefono personale e lui avrebbe capito. Avrebbe avuto cosi il coraggio di andare via e lei non avrebbe dovuto vedere l’uomo che amava partire per un viaggio di sola andata. Non era da lei, certo, si sentiva vigliacca, ma in fondo era debole, una donna stanca e debole.

Uscii dal bagno, si vestii in fretta e furia. Voleva approfittare del sonno di Mulder per prendere la valigia più capiente che avesse e riempirla dello stretto necessario. Avrebbe dormito all’internato, avrebbe pranzato e cenato in mensa. Stava oramai correndo da una stanza all’altra. Quanto tempo avrebbe avuto bisogno Mulder prima di rendersene conto? Quante notti avrebbe dovuto passare all’ospedale prima di aver il coraggio di tornare a casa? In fondo,  per quanto gliene importasse, una volta che lui l’avesse abbandonata, ogni giorno sarebbe stato uguale al precedente, poco importava dove fosse e come vivesse. Certo, con il tempo le avrebbe fatto comodo rientrare e utilizzare la lavatrice, farsi un bagno e… “Cosa, cosa…. Cosa pensi di fare, Scully?” Mulder arrivò intanto che lei stava mettendo le ultime cose in valigia.

“Da quando hai bisogno di tutta quella biancheria intima per aprire i tuoi pazienti? O forse, devo pensare che… hai ritrovato qualche vecchia conoscenza e… puoi dirmelo sai, in fondo, lo so bene di non averti potuto offrire la vita che meritavi. Me ne assumo la completa responsabilità. Non te ne voglio, ma dimmi solo la verità”

“Mulder, ma come cavolo… ma come ti vengono in mente queste… pfff, fosse cosi facile, sai, credo che in fondo, se fossi come dici, sarebbe molto più facile per te essere felice. Ma mi dispiace, purtroppo non è cosi.” Entrambi si guardarono, ma prima che lei potesse aggiungere qualcosa, lui le prese la mano “Scully… Dana…” la sua voce tremò dall’emozione “Resta, davvero. Ho un volo per Arlington, stasera alle 17. Ti chiedo scusa.” Non ebbe il coraggio di aggiungere altro e le fece vedere il foglio. Le bastò un occhiata per capire l’importanza di quel messaggio. Gli chiedevano, in realtà chiedevano a entrambi, un incontro per il giorno seguente. La lettera era stata inviata il 17 gennaio. Era ancora peggio di quel che aveva temuto, si disse tra sé vedendo il simbolo del Pentagono sul foglio bianco. Il mittente era un certo S. C. “Non ti trattengo, davvero. Ho un intervento urgente che mi aspetta. Ti chiedo solo di non tornare.” “Permettimi di spiegarti, te ne prego… Scu…” Le parole morirono sulle labbra di Mulder mentre lei gli voltò le spalle. Aveva le lacrime agli occhi, uscii di casa, già pentita di quel che aveva detto, prese la macchina e guidò distrattamente fino all’ospedale. Fu subito operativa. Avrebbe avuto tutta la notte per piangersi addosso. E anche le notti seguenti. Non ebbe nemmeno il tempo di vedere le 5 rose bianche che le aveva appena consegnato il fattore e che l’attendevano nel suo ufficio.

 

L’intervento durò diverse ore. Scully era assistita dal neurochirurgo di turno e da diversi infermieri. La vita di quel bambino era nelle sue mani. Era già il quinto intervento che eseguiva su quella creatura che non smetteva di sfidare la morte. Il suo primo paziente ad essere trattato con le cellule staminali. Da ormai più di 4 anni i suoi genitori si erano affidati a lei. All’inizio non era stato facile. L’ospedale in cui lavorava aveva un orientamento cattolico. E come molto spesso succede in casi come quelli di Christian, le sole cure consigliate erano di tipo palliativo. Ma Scully non cedeva. E questo l’avevano capito anche i suoi genitori. Ogni intervento riuscito era un piccolo miracolo. I sintomi causati dal tumore, come i disturbi alla vista, i mal di testa, le nausee, erano leggermente migliorati. Ma la prognosi riguardo la crescita del tumore restava comunque riservata.

Era ormai l’una passata quando si tolse gli abiti della sala operatoria. Non aveva voglia di entrare in ufficio, decise cosi di pranzare fuori, passo al bar e ordinò un insalata con tofu, una lattina di coca-cola light e un insalata di frutta. Si sedette su una panchina. Ma decisamente il tempo non era dalla sua parte. Non c’era un barlume di sole all’orizzonte per scaldarla. Decise che il dessert lo avrebbe finito più tardi. Tutto era cupo, cosi come il suo stato d’animo. Dette un’occhiata veloce al suo cellulare: 5 chiamate perse.  Preferii non guardare chi le avesse effettuate, era sicura che fossero di lui. Non aveva decisamente dato peso alle sue dichiarazioni e forse, non era poi un male.

Decise di andare a controllare il suo paziente, sperava che si fosse già svegliato. Voleva sapere come stava, come aveva reagito all’intervento. Un pensiero a William prima di buttare l’involucro del pranzo nella spazzatura all’ingresso dell’ospedale.

 

Christian non si era ancora svegliato. I suoi genitori aspettavano seduti a fianco al suo letto. Erano stanchi, rassegnati, dimagriti e in un certo senso spenti. Ma accolsero l’arrivo del dottore, alzandosi dalle sedie, con stima e apprensione.

Scully raccontò loro i dettagli dell’intervento. Ora tutto riposava nelle mani di Dio, se avessero avuto ancora Fede. Propose loro di rientrare a casa a riposare qualche ora. Avrebbe vegliato su Christian e promise loro di chiamarli non appena si fosse svegliato. Potevano volerci ore ancora e lei non aveva un posto dove andare, non voleva incontrare nessuno. Niente aveva ora più importanza di dove fosse in quel preciso istante.

Rimase per cui da sola con il suo paziente. Gli voleva davvero bene. Significava tantissime cose per lei. E lei era sicura che fosse lo stesso per lui. Si addormentò persa nei suoi pensieri. Fu un sonno profondo e riparatore, senza sogni.

“Doc… doc… sono sveglio… doc…” Scully si svegliò all’improvviso. La sua mano ancora sulla sua. Si era addormentata con il capo appoggiato al suo letto. Gli sorrise con sollievo. “Christian. Come ti senti? I tuoi genitori… li ho mandati a casa pochi attimi fa e ora, se mi sbrigo a chiamarli sono sicura che saranno ancora vicini alla macchina, vado…” “Sono passate ore, Doc. Ore. Fuori è già scuro. Stanno già tornando all’ospedale. Sono passato a salutarli mentre erano a casa a riposarsi” Scully si girò verso la finestra. Non aveva idea di che ore fossero, non c’erano orologi nella stanza. E lei non aveva ancora avuto il tempo di rimettere il suo. “Cosa vuol dire che sei passato a salutarli, non…”

“Stai sbagliando tutto, sai, Doc?” Lei lo guardò sorpresa. “Non capisco perché tu sia ancora qui. Non devi. Parti. Prima che sia troppo tardi.” “Christian, di che cosa stai parlando? Forse sei ancora sotto l’effetto dell’anestesia, bevi un sorso d’acqua cosi potrai…” “Parti subito. Non preoccuparti per me. Non ce ne sarà più bisogno tra poco. Ho visto tutta l’operazione…. Cioè, in parte. Ti ho visto con il camice verde. Ti ho visto preoccupata, hai ripetuto le azioni abituali con un senso di vuoto negli occhi, non era da te. Avresti dovuto seguirlo. Me l’hanno detto loro. E’ per questo che sono tornato. Mi hanno dato l’opportunità di darti questo messaggio e di salutare i miei genitori: parti, devi farlo. Non ti preoccupare per me, non puoi più fare niente. E’ troppo tardi. Ma non piangere” disse Christian asciugando le lacrime dal volto attonito di Scully “tra non molto, tante, tantissime persone passeranno dall’altra parte insieme a me. Per la maggior parte dell’umanità è già cosi, anche se, il loro involucro corporale è ancora….” In quel momento Christian fu preso da quella che sembrava una violenta crisi epilettica… con occhio clinico Scully guardò i parametri vitali e scorse una lunga linea piatta. Non capiva, eppure il suo corpo era ancora in vita. Non era scattato nemmeno l’allarme. Scully ebbe appena il tempo di uscire dalla stanza per chiamare gli infermieri. Si girò, Christian giaceva immobile. Freddo e duro come la pietra. “Cosa è successo dottoressa? E’ andato e da parecchio, direi…” “Non capisco, un attimo fa, mi stava parlando, poi ha avuto un attacco… dovrebbe essere tutto sul tracciato, non è possibile, non l’ho mai perso di vista… guardiamo i tracciati”. Gli infermieri controllarono. La linea piatta partiva dalle 15:10. “Deve essere passato dal sonno alla morte.” Le disse l’infermiera “Non capisco perché i monitor non abbiano suonato, deve esserci stato un malfunzionamento”.

Una Scully pallida e tremante si sedette al capezzale del suo amico e pianse per molto tempo.

 

Riuscì ad andare in ufficio solo dopo aver abbracciato a lungo i genitori di Christian. Non capiva. Non erano parsi sorpresi all’annuncio del suo decesso e sembravano persino sollevati. Decisamente, non era la sua giornata. Aveva perso tutto, tanto valeva… no, non l’avrebbe mai fatto. Gettò uno sguardo al telefono. Nessuna chiamata oltre le 5 perse. la sua segretaria era già partita. - Ma che ore saranno mai?- chiese tra sé e sé.

Entro, appoggiò la borsa e vide qualcosa. Si ricordò allora di accendere la luce e rimase a bocca aperta nel vedere il mazzo di fiori ad aspettarlo sulla sua scrivania. Guardò a lungo quelle rose. Erano decenni che non ne riceveva. Notò una busta, l’apri “SORPRESA!!! Scommetto che non te l’aspettavi. Un dei tanti luoghi comuni tra le coppie che decisamente non ci si addice. Buon compleanno Doc. Sono sicuro che una volta ricevuto questo mazzo di fiori prenderai il biglietto aereo e mi raggiungerai a Arlington. Sbrigati, ho prenotato per le 9 p.m. un ristorante dove siamo andati tanti anni fa. Mulder”.

Accidenti, ma che giorno era quello? Guardò sul calendario: era proprio il 23 febbraio, il giorno del suo compleanno. Decise di scoprire di chi erano le chiamate perse nel suo telefono: 3 di sua mamma e 2 di suo fratello.

All’improvviso le vennero in mente le parole senza senso di Christian. E capii che l’unica cosa che doveva fare ora era prendere quel maledetto aereo.

 

Ebbe appena il tempo di prendere la valigia, ripassare da casa, aggiungere ancora qualche vestito e di raggiungere l’aeroporto. Il cielo era già molto scuro, malgrado fossero ancora le 18. Mulder doveva aver già preso il volo delle 17. Si sentiva male per quel che aveva detto all’uomo che amava. Si sentiva male per aver perso Christian allora che la ferita di William non si era per niente rimarginata. Doveva reagire, avrebbe preso in mano la sua vita, di nuovo. All’aeroporto annunciarono l’arrivo di temporali per tutto il paese. Il suo era uno degli ultimi voli a decollare per quel giorno. Poco rassicurata, passò tutto il viaggio a ripercorrere le tappe principali della sua esistenza. Ripensò alla lettera del Pentagono: che diavolo volevano da loro, ora? Perche Mulder non le aveva parlato prima?

Rise tra sé e sé. Che stupida che era stata. Erano anni che certi argomenti tra loro erano diventati tabù. Non voleva più sentir parlare del passato. Non voleva più parlare nemmeno del futuro. Quel che contava era la routine quotidiana. Come poteva pensare che lui davvero, avrebbe tentato ancora, allora che sapeva benissimo che non sarebbe servito a niente. Lei, doveva averlo traumatizzato, in un certo senso. E per paura di perderla, lui non le aveva più permesso di entrare nei suoi pensieri, persino nei suoi progetti. Mulder non era un uomo abituato a vivere in casa nell’attesa, era un uomo di azione. La loro era una gabbia dorata, ma pur sempre una gabbia. Negavano l’evidenza dei fatti oramai, non vedevano più nessuno perche non volevano più parlare e si nascondevano dietro ad un ritratto sporco di pseudo-famiglia. Erano andati avanti certo ma come avevano potuto… sempre facendo finta di niente. Non si sarebbero mai separati, vivevano l’uno per l’altra, ma…. Circondati da mille barriere e mille paure.

Gli avrebbe parlato e si sarebbe scusata. Gli avrebbe spiegato. Non vedeva l’ora di rivederlo. Nella lettera, insieme al biglietto, vi era l’indirizzo di un hotel, dove avrebbero sicuramente passato la notte. Avrebbe avuto il tempo di andare, prendersi una doccia al volo e cambiarsi. Il ristorante prenotato da Mulder non sarebbe stato lontano.

 

Mulder era oramai davanti al ristorante. Le 9 meno 10. Non si era fatto trovare all’hotel, voleva assaporare ancora un pò il delicato dolore della sua assenza, voleva aspettarla come non aveva mai fatto prima, nel dubbio, senza sapere se lei fosse davvero partita da casa loro. Adorava quel pizzico di mistero che ancora c’era tra di loro, quella leggera ansia che li lasciava sempre sul filo del sospeso. La conosceva abbastanza bene per prevedere le sue mosse, ma immaginarla senza voler ad ogni costo indovinare i dettagli, rendeva certi momenti alquanto eccitanti. Come quella sera. Aveva sofferto certo quella mattina. E non era sicuro che lei sarebbe stata li, forse non aveva nemmeno visto le sue rose sulla scrivania. Avrebbe lavorato fino a tardi? E anche se fosse partita, sarebbe stata ancora arrabbiata con lui? Sicuramente avevano tante cose da dirsi, da chiarire. Ma se avessero avuto la volontà di affrontare tutto insieme, beh, sarebbe stato tutto molto più facile. Si sentiva forte, al suo fianco, si sentiva uomo. Le 08:55. Decise di ingannare quegli ultimi 5 minuti andando a comprare qualche fiore nel negozio situato giusto di fronte al ristorante. Sarebbe tornato in un lampo.

 

John Dogget era seduto al tavolo davanti a un bicchiere di wisky vuoto. Il cameriere era già passato 2 volte per prendere la sua ordinazione. Non aveva fame a dire il vero, avrebbe aspettato ancora un po’ per decidersi. Si sentiva perso. Aveva tanti pensieri che gli giravano per la testa. Monica, in primis. Le cose tra loro non erano andate per il meglio negli ultimi mesi. Il loro rapporto era sempre stato altalenante. Per quanto nutrisse una sincera affezione nei suoi confronti, sapeva di non essere stato sempre onesto. E lei lo sapeva, o meglio lo sentiva. Lei sentiva sempre tutto. E questo lo infastidiva. Era stato un bene non aver deciso di trasferirsi a casa sua. Si sentiva legato alla sua solitudine, voleva sentirsi libero di perdersi nel doloroso ricordo di suo figlio ogni qual volta ne avesse sentito il bisogno. L’avrebbe rivista il mattino dopo, avevano entrambi un appuntamento di lavoro.

Rimuginare non serviva più a niente, cominciava ad avere male alla testa e l’acool che aveva bevuto a stomaco vuoto, non lo aiutava. Si concentrò sulle persone che aveva intorno. Gli piaceva indovinare il tipo di conversazione osservando le loro gesta e i loro sguardi; l’inclinazione della testa e la distanza tra i loro visi tradivano l’intensità e l’importanza della loro relazione. I loro occhi parlavano più di mille parole. Troppo facile e troppo noioso. Si girò in direzione della porta proprio mentre quest’ultima si apriva. Vide prima di tutto un vestito scuro nero e scintillante che avvolgeva le forme perfette di una donna dai capelli lunghi. Non aveva ancora potuto scorgere il suo volto ma immaginò che dovesse essere bellissima. Si era fermata a parlare con un cameriere che le stava indicando un tavolo vuoto. Era sola. Il cameriere le spostò la sedia per permetterle di sedersi e lei si tolse la giacca. Fu solo in quel momento che la vide. La sua prima reazione di stupore fu seguita dal bisogno impellente di conferma. Si alzò dalla sedia quasi senza rendersene conto per poterla osservare di nuovo. Accidenti, era proprio lei: Dana Scully!

Le andò incontro, senza riflettere, con il cuore gonfio di gioia. “Dana Scully in persona! Chi non muore si rivede” Scully si girò sorpresa e il suo sguardo da solo illuminò la sala. La sua bocca dapprima stupita si apri in un ampio sorriso. John rimase senza fiato, si era dimenticato di quanto fosse bella o semplicemente gli anni filavano al contrario per lei?

I due si abbracciarono a lungo. Entrambi stupiti e emozionati nel rivedersi.

“Cosa ci fai qui, sei sola… ma dove sei stata in tutti questi anni? Insomma…” John, scoppiò a ridere. Si sentiva quasi in soggezione davanti a quella donna. Aveva voglia di parlarle, di sapere tutto. Scully stava quasi per rispondere quando sentii una voce familiare intervenire “Non ti posso lasciare sola 5 minuti!” Mulder fece l’occhiolino a Scully e senza esitazione rivolse un sorriso intenso e caloroso a Dogget. I due uomini si strinsero la mano. Mulder lo guardò e poi, lo prese tra le braccia “non credo di averti mai detto grazie dopo quella sera. Grazie davvero per esserti preso cura di noi, per aver rischiato la tua vita. Grazie di cuore per averci permesso di voltare pagina. Ti devo tantissimo e non ho mai potuto dirtelo dal vivo in tutti questi anni, ma non è passato giorno senza che io non pensassi a te. E a Monica ovviamente”. Il sorriso di Dogget si spense appena sul suo volto. Ricambiò l’abbraccio di Mulder e si senti quasi in imbarazzo per quelle parole. In fondo, chiunque l’avrebbe fatto al suo posto, no?

Mulder invitò John a sedersi al tavolo con loro, chiedendo una terza sedia al cameriere. “Hai cenato?” chiese a Dogget? “No, in realtà, non ne ero ancora sicuro… ma non vorrei disturbargi… insomma” Mulder si avvicinò a Scully e le sussurrò – grazie per essere venuta - porgendole il bouquet di fiori. Si rivolse di nuovo a Dogget senza toglierle gli occhi di dosso  “insisto. Insistiamo. Tra l’altro, oggi è il compleanno di Scully. Più siamo e meglio è! E sono anni che non parlo con qualcuno” John annui con la testa e vide Mulder prendere la mano di Scully delicatamente e baciarla sulla guancia con affetto. In quel momento sentii un nodo formarsi alla bocca dello stomaco, la gola gli si seccò appena e un velo di malinconia passò sul suo volto. La sua testa era un tornado di domande. Erano ancora assieme dopo tutti quegli anni? Evidentemente si, il modo in cui si erano guardati non destava dubbi. Ma come aveva potuto credere anche per un attimo che le cose tra di loro fossero andate male, dopo tutto quello che aveva visto? Nei lunghi mesi che avevano lavorato fianco a fianco, Dogget aveva capito quanto profondo fosse l’amore di Scully per Mulder. Ma, malgrado tutto, aveva sperato. Non che lui fosse morto, certo, ma che la loro fosse una storia ordinaria. Restò stupito dei sentimenti che provava ancora dopo tutti quegli anni. Sembrava che nulla potesse impedirglielo. Era attratto come una calamita da quella donna, la desiderava. Ma c’era di più: era pronto a qualsiasi cosa per lei, avrebbe potuto fare di tutto per stare al suo fianco molto più di una sola notte. In quel preciso momento avrebbe affondato le dita tra i suoi lunghi capelli, avrebbe assaggiato le sue labbra e si sarebbe perso nell’azzurro dei suoi occhi. Si sentiva in colpa nei confronti di Monica che era sempre stata innamorata di lui, dalla prima volta che avevano lavorato assieme. Ringraziò mentalmente che lei non fosse presente in quel momento. Sarebbe stato smascherato al primo sguardo.

I suoi pensieri furono interrotti dall’arrivo del cameriere. I 3 amici passarono più di 2 ore a tavola, mangiando e chiacchierando come se si fossero lasciati il giorno prima. Dogget raccontò di come lui e Monica fossero finiti alla sezione “crimini violenti” in seguito alla chiusura degli X-Files. Lei se la cavava piuttosto bene nella stesura dei profili dei sospetti. E lui, beh, lui si dava anima e corpo, come al solito, alla caccia dei “terribili banditi”. Erano una coppia vincente… lavorativamente parlando. Dogget decise di omettere i particolari della loro storia, in fondo era sempre stato qualcuno di discreto e in quel momento meno parlava di Monica, meglio era.

Dopo il caffè Mulder propose a Scully di rientrare all’hotel dal momento che il giorno dopo un impegno lavorativo, di cui non svelarono la natura, li aspettava. John avrebbe voluto accompagnarli ma loro preferirono rientrare a piedi “abbiamo molte cose di cui discutere e la strada non è poi cosi lunga” rispose Scully, ringraziandolo.

Si ripromisero di rivedersi al più presto e si scambiarono nuovamente il numero di cellulare.

 

Mulder prese la mano di Scully. Lei sorrise senza voltarsi. Un’altra cena romantica finita in modo imprevedibile. Lui la guardò a lungo. Era magnifica nel suo lungo abito. I suoi capelli di seta ondulati le conferivano un aria quasi principesca. Non era più abituato a vederla in quel modo. Si fermò all’improvviso e l’abbraccio. Si scusò per non averle parlato della lettera. “Avevo troppa paura di perderti. Non voglio perderti, te ne prego. Resta con me, malgrado le nostre differenze. Qualunque cosa succeda domani, ti giuro che non ti lascerò mai. Non permetterò mai all’oscurità di allontanarci di nuovo”. Scully levò la testa dal petto di Mulder. Si guardarano e in modo del tutto naturale si baciarono. “Christian è morto, Mulder” Mulder la guardò con pena e stupore. “Mi dispiace” le disse sbigottito “come ti senti, tu… com’è successo? Insomma, sei venuta lo stesso… ” Scully raccontò a Mulder nei minimi dettagli la sua incredibile giornata. Gli spiegò del discorso strano che aveva avuto con Christian allora che era stato dichiarato morto da diverse ore. Non aveva sognato. Gli disse di sentirsi estremamente triste, ma allo stesso tempo sollevata, come se un ciclo si fosse chiuso. Le parole del ragazzo l’avevano fatta riflettere e ora sapeva che la cosa giusta da fare era restare al fianco dell’uomo che amava. Si scusò a lungo, spiegandogli le sue paure. Gli promise che non ci sarebbero più stati discorsi tabu tra di loro, che lei non gli avrebbe più impedito, in modo più o meno subdolo, di esprimersi e di fare ciò che più lo rendeva felice. Lei lo amava e stimava per quello che era anche se negli ultimi anni aveva preferito dimenticarselo, aveva preferito considerarlo un uomo “comune” che viveva semplicemente nell’attesa di qualcosa. I suoi discorsi trapelavano una nota di preoccupazione. Le parole di Christian sembravano averla messa in guardia. “Tanta altra gente avrebbe seguito il suo destino e molti erano già partiti.” Non riusciva a spiegarne il significato.

Ripresero a camminare in silenzio fino all’hotel, mano nella mano, faceva freddo, il vento era glaciale e potevano entrambi percepire l’arrivo della neve.

La camera dell’hotel era semplice ma avevano a disposizione un grande letto rotondo. Avevano persino una vasca da bagno in stile antico. Scully decise di farsi un bel bagno caldo per rilassarsi e Mulder la raggiunse rapidamente.

“Credo che Dogget abbia ancora una cotta per te” le disse. “Ma che dici, Mulder? E poi cosa vuol dire “ancora”?”

“Non te ne sei mai accorta? Eppure avete lavorato insieme per un bel pezzo. Ma dai, non ti ha mai dichiarato i suoi sentimenti? In fondo lo capisco, come si fa a restare indifferenti ad una donna come te?” Scully sorrise e lanciò un po’ d’acqua sul viso di Mulder. “Ti ricordo che ero incinta quando abbiamo cominciato a lavorare insieme. Incinta di te! Non che fosse ufficiale, certo, ma credo che si sentisse, come dire, nell’aria…” “Una cosa non ne impedisce un’altra, tesoro. Sono certo che lui si sarebbe offerto di aiutarti ad allevare nostro figlio. Sei proprio sicura che lui non ti abbia… insomma, non è mai successo niente tra di voi, in quel periodo? Gli hai persino offerto il mio regalo di compleanno, me la sono legata al dito, sai.”
“Ma sei serio? Insomma, non che John sia un brutto uomo, anzi…” Mulder guardò Scully di traverso. “No, davvero, è un bell’uomo, intelligente, protettivo, un bravo agente dell’FBI. E’ in gamba, davvero. Ma non credo sia il mio tipo… io preferisco gli psicopatici che credono all’esistenza dei buchi neri nelle camere degli hotel” Entrambi risero. “Ma, ci crederesti se ti dicessi che non mi sono mai accorta di nulla? E poi, io credo che sia stato del tenero tra lui e Monica”.

“Si, su questo hai ragione. Ma sono convinto che tu faccia ancora parte dei suoi sogni erotici”. “O dei suoi incubi” scherzò Scully cominciando a provocare con le sue mani delle piccole onde di acqua e schiuma in direzione di Mulder. In meno che non si dica il bagno fu inondato. Le loro risate si potevano sentire fin nel corridoio dell’hotel. Era tardi. Scully usci dalla vasca e comincio ad asciugarsi. Mulder osservo le sue gesta. Era ancora più sexy di quando l’aveva vista al ristorante. Come poteva una donna di quel calibro essere ancora al suo fianco? Quante volte aveva già colto gli sguardi ammirati e sedotti negli occhi dei passanti? In quanti l’avevano desiderata quando lavoravano all’FBI o quando dava i suoi corsi in università? Ma lei non si era mai concessa. Malgrado la loro storia avesse messo molto tempo a concretizzarsi, lei gli era stata “fedele”. Dana Scully era di sicuro la donna più bella e interessante che avesse mai conosciuto in vita sua. Da quel  punto di vista si reputava un uomo fortunato. Non si stufava mai di lei malgrado le loro divergenze. E lui era sicuro che quel sentimento fosse ricambiato.

Le si avvicinò, le prese la testa tra le mani, la guardò negli occhi. Le morsicò appena il labbro inferiore. La sua mano destra cominciò a scendere lungo la sua schiena intanto che la sua mano sinistra stringeva i suoi capelli. L’asciugamano di Scully cadde per terra. Brividi di eccitazione attraversarono i loro corpi. Pian piano la fece avanzare verso il letto. Scully mise le sue mani sul petto di Mulder e lo trovò ancora pieno di acqua e di schiuma. Sorrise. E poi lo baciò nuovamente. Mulder la spinse appena contro il bordo del letto e lei si lasciò cadere sul materasso. Guardò il corpo muscoloso e virile che le stava di fronte e senti il battito del suo cuore accelerare. Sospiri profondi uscirono dalla sua bocca di velluto nel momento in cui lui cominciò ad accarezzarle il seno. Le tirò indietro il collo facendo presa sui suoi capelli ancora caldi e umidi e cominciò a baciarla con enfasi, prima sul viso e poi sul collo, e giù ancora. Si fermò all’altezza dell’ombelico. “E io che per farmi perdonare volevo offrirti una cenetta romantica.” “Mulder?” “Dimmi tesoro” “Stai zitto e continua…”. Mulder sorrise e continuò a baciarla scendendo lentamente su tutto il resto del corpo. In quel preciso istante seppe che non avrebbe mai potuto resistergli. Non aveva avuto molti uomini nella sua vita ma nessuno di loro l’aveva mai fatta sentire in quel modo: desiderata. Poteva sentire la passione accendersi tra di loro ogni qualvolta si guardavano in un certo modo. Poteva accadere ovunque, in qualsiasi momento. Non si sentiva in obbligo di mentire o di inventarsi delle acrobazie a letto, era se stessa e questo bastava a Mulder per renderlo folle, ancora dopo tutti quegli anni.

Fecero l’amore intensamente, senza mai smettere di baciarsi.

 

Si addormentarono senza parlarsi. La testa di Scully sul petto di Mulder, i loro corpi nudi l’uno sull’altro.

Dormirono profondamente senza sapere che il giorno seguente niente sarebbe più stato come prima.

 

 

“Grazie per essere venuti”. Fu una bellissima donna sulla cinquantina ad accoglierli con una stretta di mano calorosa, all’ingresso di un enorme sala in uno dei sotterranei del Pentagono.

“Sono Savannah. Responsabile degli uffici segreti del Pentagono. Gli altri non dovrebbero tardare”. Mulder e Scully si guardarono, stupiti.

Ebbero appena il tempo di entrare nella sala e sedersi che delle voci familiari comparvero sulla soglia della porta. Monica andò di corsa verso di loro, un sorriso caldo ed emozionato. Strinse Scully e poi Mulder in un abbraccio che significava che gli erano mancati moltissimo.

“Avrete tempo per i convenevoli. Vicedirettore…” Walter Skinner fece capolino. Un cenno del capo rivolto nei confronti di John e Monica. Uno sguardo carico di affetto nei confronti dei due anziani colleghi dell’FBI. Erano successe tante cose dal loro ultimo incontro, 4 anni prima.

“Vi prego di prendere posizione. Mi scuso per essere frettolosa ma oggi abbiamo tantissime cose da dirci e per niente piacevoli. Vi chiedo la massima attenzione, vi chiedo di esimervi dall’interrompermi fino alla fine. Ci sarà tempo per le domande.

Siete stati convocati oggi in quanto siete stati a contatto per un periodo più o meno importante negli X-Files. Oggi, vi saranno date tutte le risposte a tutte quelle domande che vi siete posti negli ultimi lunghissimi anni.

Prima di tutto, mi devo togliere assolutamente questo peso… siete stati tutti sospesi dai vostri attuali incarichi. Sospesi a tempo indeterminato. Ci siamo presi la briga di licenziarvi. Niente più pazienti, niente più criminali. Da oggi in poi siete degli agenti speciali del Pentagono.” Scully si alzò dalla sedia per protestare “non è possibile. Ma… come vi permettete? Il mio lavoro, io non posso abbandonare i miei pazienti. Loro contano su di me”

Savannah prese tempo. 

“Mi dispiace, ma lasciatemi finire quel che vi devo dire e la vostra visione del mondo cambierà radicalmente. Niente sarà più come prima.

Vi chiedo ancora un po’ di pazienza e tutto vi sarà più chiaro.”
Mulder si alzò e sussurrò all’orecchio di Scully “Siediti Scully. Non ci possono obbligare a fare quello che vogliono. Ma penso che valga la pena di ascoltare quello che hanno da dirci. Potremo sempre girare i tacchi stasera e riprendere l’aereo per casa. Te lo prometto. Non possono costringerci.”
A quelle parole Scully si sedette. Guardò in direzione di Monica e di John. Sembravano tanto perplessi quanto lei, ma in fondo, si disse, avevano meno da perdere nelle loro indagini che lei all’ospedale con tutti quei bambini malati. Sentii la testa girare. Decise di calmarsi, avrebbero avuto tempo per scaldare gli animi.

Skinner sembrava il solo a mantenere la calma.

Savannah sembrò comprendere i suoi pensieri “il vicedirettore è al corrente della situazione da qualche mese. Ma gli è stato chiesto di prestare solenne giuramento e non ha potuto in alcun modo avvertirvi. Le cose dovevano svolgersi in modo ufficiale.

Inizierò con il raccontarvi una storia che conoscete tutti.

Ecco, non è facile da spiegare.” Savannah guardò il vicedirettore che annui con la testa. “I resti che la Dottoressa Scully ha ritrovato in Africa. I resti della navicella aliena contenenti passi della Bibbia e del codice genetico. Beh, sono i nostri antenati ad averceli inviati. Insomma, più di 500 mila anni fa, in un pianeta di cui non conosciamo ancora il nome, viveva un popolo… un popolo che voi definireste alieno ma che noi chiameremo Generazione 0. Questo popolo per delle ragioni ancora oggi sconosciute si trovò sull’orlo dell’estinzione. A quell’epoca erano già dotati di una tecnologia che ancora oggi ci è impossibile anche solo immaginare. I “capi” della G0 inviarono su un altro pianeta un campione del proprio popolo con lo scopo di perpetuare la razza. Come potrete immaginarvi scelsero la terra. Ma non li inviarono soli, li istruirono e la loro conoscenza restò impressa sulle navicelle spaziali sulle quali li avevano inviati. Questi esseri erano dotate di un genoma alieno. Il loro DNA, secondo i ricercatori era formato da tre eliche. Per ovvi motivi la generazione 0 sopravvissuta sul nostro pianeta, ha finito con l’adattarsi alle condizioni climatiche, modificando di pari passo il proprio genoma. Modificarono il loro aspetto, il loro modo di camminare e di comunicare. Impararono a cibarsi con quello che avevano a disposizione, a combattere anche i propri simili. Impararono a sfruttare la natura, insomma, ricrearono l’umanità da zero. Il loro DNA cambiò radicalmente creando quella che chiameremo la generazione 1. Solo due delle tre eliche rimasero attive ma le basi che le componevano divennero le basi che tutti noi ora conosciamo. Divennero le eliche umane. La 3 elica, beh… non è mai stato possibile individuarla con i mezzi che abbiamo a disposizione nei laboratori comuni. Solo la tecnologia aliena di cui siamo oggi dotati ci ha permesso di confermare che la 3 elica è ben presente nel genoma di tutti. Ma in modo silente. E le sue basi sono rimaste le stesse che nella G0.

Noi tutti, tutti quanti noi, facciamo parte della G1. Per riassumere ognuno di noi possiede due eliche umane attive e un elica aliena. Quest’elica risulta del tutto inattiva, tranne… beh, di questo parlerò più tardi.

Ma non è tutto. Quando la generazione 0 ha inviato i superstiti sulla terra, l’olio nero li ha seguiti. L’olio nero è un organismo intelligente che ha un solo scopo: sopravvivere. Poche sono le conoscenze che abbiamo ancora in materia. Per semplicità lo considereremo come un parassita, un residuo spazzatura che risponde solo all’istinto. E’ rimasto sepolto per anni interi nel terreno terreste fino alla sua fuoriuscita in modo del tutto fortuito. Il cancro nero ha capito che per vivere aveva bisogno di un ospite. E’ capace quindi di infilarsi nell’organismo vittima e di provocare una vera e propria gestazione fino alla nascita di un entità aliena. Alcuni di voi hanno già assistito a questo genere di avvenimento.

Queste creature sono totalmente irrazionali, prive di sentimenti. Hanno un solo scopo: quello di sopravvivere e catturare la terra, la specie umana: rappresentiamo ai loro occhi degli animali d’allevamento. Sono delle creature che potremmo quasi definire recenti perché non finisco mai di evolversi. Forse lo avrete capito: sono dotate di 3 eliche e tutte e 3 sono aliene. 2 sono le eliche originarie le stesse che avremmo trovato nella G0 e la 3 è quella che ereditano dall’ospite “umano”. Queste creature con molte difficoltà si sono adattate alla terra e hanno adottato un aspetto identico al nostro. Hanno la capacità di cambiare fisionomia e di diventare chiunque. Sono praticamente imbattibili. Sono quelle che avete chiamato in modo azzeccato i “super-soldati”.  Ma come ogni teoria che si rispetti esistono le eccezioni. I ribelli, che bruciano le cavità del loro corpo per evitare la contaminazione con il cancro nero e che tentano di fermare gli alieni dall’invasione. I ribelli non sono né umani né alieni. Sono il risultato di una mutazione dell’elica aliena nella G1. Questa mutazione porta prima di tutto all’attivazione dell’elica normalmente silente nella G1 e in seguito fa si che queste persone siano del tutto coscienti della loro natura extraterrestre. Sono dotati anch’essi di poteri ma molto più limitati rispetto ai super-soldati. Riescono a trovarsi in gruppi e agiscono di istinto.

Ufficialmente, il 1947 è l’anno in cui ci fu il primo ritrovamento di Rosweel. Ma non è proprio cosi. Nessuna navicella aliena cadde quel giorno né i seguenti, perche gli alieni erano presenti sulla terra da sempre. Ma in quella data molto semplicemente alcuni membri del Dipartimento di Stato si imbatterono in alcuni “alieni”, che scoprirono in seguito essere le prime generazioni di super-soldati, che stavano progettando di colonizzare le Terra mediante un processo che ucciderà tutti gli esseri umani. Da qui la nascita del Consorzio che stipulò un accordo con gli alieni. Accordo che con gli anni nessuno delle due fazioni rispettò.

Dannazione, ho ripetuto questo discorso un numero infinito di volte ma faccio sempre fatica. Malgrado io sappia che questa è la verità, rivelarla cosi, come se stessi raccontando una storia qualsiasi, mi risulta ancora difficile.”

“Va bene cosi, lo capiamo” disse Mulder.  Se persino un alto membro del Pentagono soffriva nel raccontare quella dannata storia, beh, Mulder non poteva aspettarsi niente di buono dal seguito della vicenda.

Savannah bevve, riprese fiato e ricominciò. “ Dopo i primi incontri con gli alieni, il consorzio decise di sperimentare sugli esseri umani per cercare la verità, per scoprire i propri limiti e per trovare un modo per difendersi dall’imminente invasione. Prima di tutto cercarono di attivare il DNA silente alieno. I primi esperimenti furono un disastro su ogni fronte. Arrivarono cosi alla creazione di vaccini, che funzionavano per taluni ma non per tutti. Quando il DNA alieno si attivava la nuova persona sviluppava dei poteri fino a quel momento sconosciuti. Ma poi, moriva dopo poco tempo. Come un banale topo da laboratorio”

“Come morivano esattamente?” Savannah guardò Scully “di cancro. Solo più tardi capimmo il perche. Riuscimmo a trovare negli anni il modo di attivare efficacemente la terza elica. Quest’elica è nascosta in qualche parte dell’organismo. Una volta attiva é perfettamente capace di intercalarsi tra le due eliche del DNA umano. Come risultato l’organismo comincia a produrre proteine diverse e a sostituire organi, tessuti. A quel punto l’organismo reagisce nel 99.9% nello stesso modo: sviluppando tumori. All’inizio pensavamo che il cancro fosse una sconfitta. In realtà con il tempo abbiamo capito che fosse una risposta fisiologica del corpo, una sorta di adattazione. Malgrado la reazione fosse quindi da ritenere “normale” risultava essere troppo brutale e violenta e la maggior parte dei pazienti non sopravviveva. Bisognava trovare un sistema per placare questa risposta, il tutto rispettando la trasformazione profonda dell’organismo. Una volta curato il cancro la persona si sarebbe ritrovava esattamente come prima, addirittura… i suoi organi sarebbero stati sostituiti completamente, come nel caso di… donne senza utero o senza ovaia. Parlo al condizionale perché per molto tempo questa rimase solo teoria. Nessuno è mai sopravvissuto. Nessuno a parte due donne, naturalmente.”

Mulder e Scully si guardarono. Mulder ebbe il coraggio di chiedere in che modo la scienza aveva potuto rendere possibile l’attivazione dell’elica di DNA alieno. “Grazie ad una tecnologia molto sofisticata che nemmeno io sono in grado di spiegare. Ad ogni buon conto, siamo capaci di attivarli utilizzando due microchip, impiantati alla base del collo. Il primo provoca l’attivazione dell’elica e l’inevitabile cancro. Che decidiate di rimuoverlo o meno. Il secondo invece placa la risposta dell’organismo e ripristina il sistema.

Si, la dottoressa Scully è la seconda persona su questa terra ad avere le 3 eliche attive.

Questo le ha permesso di restare incinta. Il DNA alieno ha completato nella sua interezza il suo apparato riproduttivo rendendola come nuova.  Vostro figlio William appartiene dunque alla generazione 2. Non ne siamo ancora sicuri, ma pensiamo che il DNA alieno silente di Mulder abbia sostituito un elica di DNA umano. Vostro figlio è dotato quindi di due eliche aliene e di un elica umana. Il che lo rende un essere unico al mondo. Ma non è il solo. Solo un’altra donna ha risposto alla cura contro il cancro come l’agente Scully e ha messo al mondo una bimba lo stesso anno della nascita di William. L’avete conosciuta voi stessi. Lei e suo marito avevano cercato di mettervi in guardia anni fa.

Per il Pentagono queste due creature rappresentano Adamo ed Eva. La generazione che ci salverà. Questo potrà darvi una spiegazione ai poteri che avete in minima parte trovato in William. Malgrado la somministrazione di un vaccino da parte di vostro fratello, signor Mulder, i poteri di vostro figlio sono ancora ben presenti. Il vaccino li ha… li ha scacciati nell’ombra per tutti questi anni, ma questi si stanno risvegliando.

L’agente Scully e Patti sono quelle che chiamiamo le madri zero, le sole due donne ad essere sopravvissute agli impianti dei 2 microchip. Ma questo non è avvenuto per caso. I vertici si sono resi conto che solo voi due corrispondevate alla descrizione delle due madri nella Profezia solenne. La Profezia anch’essa scritta nella navicella aliena che avete ritrovato. La Profezia che parla della fine del mondo e che Mulder ha letto. Solo questi due bambini potranno salvarci. Per quanto questo sia ancora possibile.

Scully e Patti non hanno sviluppato alcun tipo di potere. Almeno, cosi ci è sembrato.

Gibson Price, per quanto lo riguarda, fa parte di un'altra classe di eccezioni della G1. Una delle sue eliche umani si è spenta, per motivi sconosciuti. Questo ha permesso una semi attivazione dell’elica aliena. Si ritrova cosi un elica umana perfettamente attiva e un elica aliena parzialmente sveglia.

Spero di essere stata abbastanza chiara.

Parlerò oggi pomeriggio del perche voi siete qui.

Domande?”

 

Nessuno parlò. Scully fece per alzarsi e andarsene ma fu presa da un capogiro che la costrinse a sedersi di scatto. Forse non aveva mangiato abbastanza quella mattina. Forse, la tensione era salita troppo in alto. Mulder corse in suo soccorso. “Come stai? Non siamo costretti a crederle. Possiamo fare marcia indietro, sai? Tornare a casa nostra, scacciare le tenebre. Le terrò lontane per te.

Parlami.”

“Ci siamo mentiti già a sufficienza. E’ questa la verità Savannah? E’ questa la verità che tanto abbiamo cercato? Come possiamo crederti?” chiese Scully.

“Vi mostrerò un video della piccola alle prese con i suoi poteri. Vostro figlio fa parte di un destino più grande di noi tutti.

Devo dirvi la verità: il Pentagono non ha mai smesso di sorvegliarlo. I suoi genitori adottivi sono al corrente della situazione. Certo, non abbiamo detto loro tutta la verità, solo quello che ci faceva più comodo. Sanno che la loro adozione è solo… momentanea. Verrà presto un momento in cui vostro figlio non potrà più essere protetto da loro. E allora saranno costretti a mettersi da parte. Abbiamo chiesto loro di mettere William al corrente della situazione prima del compimento del suo 12 compleanno. Saprà che è un bambino adottato e che non è come gli altri. Probabilmente lo avrà già intuito, dentro di se. Quando saprà la verità tutto gli sarà chiaro. E quando il momento sarà venuto, potrete riunirvi. Vi restituiremo ciò che vi abbiamo tolto. Sarete equipaggiati sufficientemente per poterlo proteggere, vi spiegherò tutto più tardi. Il tempo passa. Nel giro di qualche mese potrete riabbracciarlo.”

Scully guardò Mulder senza una parola. Si alzò in preda alla confusione. Tutto divenne nero e perse i sensi.

 

 

“Dana… Dana… Mulder, si sta svegliando. Dana, sono Monica. Hai avuto un crollo nervoso. Tutto bene?”

“Mmmh, si… credo, di aver bisogno di mangiare qualche cosa.”

“Adesso andiamo a casa Scully. Hai bisogno di riposo. Tutte queste informazioni, e poi… andiamo via, vieni. Vado a chiamare un taxy”.

“Mi dispiace, non ho finito. Tutto questo è molto più importante. Dovete sapere. Dovete conoscere. Datemi ancora un po’ del vostro tempo.” Disse Savannah rivolgendosi a Mulder. “Non lo vedi cos’è appena successo? Sarai anche ai vertici del Pentagono ma questa donna si è appena sentita male. Voglio portarla all’hotel. Torneremo domani, forse…” Dogget si alzò dalla sedia con fare minaccioso.

“Lascia perdere Mulder. John… Voglio sapere. Voglio essere a conoscenza di tutto. Lasciatela finire. Torneremo a casa nostra questa sera stessa. Savannah, la prego….”

“Il 21 dicembre di quest’anno, sarà il giorno dell’attacco finale. Niente è stato organizzato per caso. La terra, come tutti i pianeti, ha una data di scadenza. Noi, popolo discendente della G0 ne eravamo a conoscenza. Con la modificazione delle eliche aliene in eliche umane abbiamo perso a poco a poco tutte le informazioni che ci erano state tramandate. Non abbiamo ricordi delle nostre origini. Ma la G0 quando ci ha inviato qui, sapeva che un giorno o l’altro avremmo dovuto lasciare questo pianeta e colonizzarne un altro. E’ il prezzo da pagare quando si sfrutta un luogo in lungo e largo. Ma noi, ce ne siamo dimenticati. La popolazione G0, i nostri ancestri, erano un popolo saggio e protettivo. Ci hanno insegnato a rispettare l’ambiente in cui viviamo. I maya sono stati gli ultimi ad essere in pieno possesso delle loro capacità fisiche e mentali. Per evitare ogni forma di ribellione e dominazione che è sempre presente nell’animo di certi uomini, decisero di interdire l’utilizzazione dei poteri. Cosa ne sarebbe stato di tutti gli animali e di tutte le piante se avessimo utilizzato il nostro incredibile vantaggio? Si sarebbero estinti. E noi con loro. Ma i Maya continuarono a tramandare la nostra storia di generazione in generazione. Fino al momento in cui questa è divenuta leggenda e sbiadendosi con il tempo è finita in una manciata di polvere.

In realtà, le nostre notevoli capacità non sono andate del tutto perse. Diciamo che sono dormienti. Questo spiega perche molti di noi sono in grado di fare cose che altri non fanno. Come ad esempio, leggere nel pensiero, spostare oggetti, prevedere il futuro.

 

Tutto questo processo ha lasciato il tempo al cancro nero di impadronirsi di un numero sempre maggiore di persone. Loro non hanno dimenticato la data di scadenza della terra e hanno tutta l’intenzione di servirsene. Vogliono aspettare che la razza umana sia messa in ginocchio dalla natura stessa per infierire il colpo di grazia e renderci tutti prigionieri, renderci tutti incubatori. Ve ne sarete già resi conto, ma da qualche anno a questa parte, le stagioni non si susseguono più correttamente. Quest’anno non ci sarà nessuna primavera, nessuna estate. Probabilmente saremo costretti a fronteggiare dei cambiamenti repentini e importanti di temperature. Seguiranno tzunami, terremoti, inondazioni. In poche parole: la terra sta invertendo la sua polarità. Come i Maya avevano predetto. O meglio, come i Maya avevano tentato di metterci in guardi. La terra vuole liberarsi del surplus di popolazione, vuole fare si che solo coloro che sono più forti sopravvivano. “Selezione naturale.” Aggiunse Skinner che fino a quel momento era rimasto in silenzio.

I super-soldati non temono praticamente niente, come sapete già.

L’umanità sarà annientata. E questa non è una minaccia, ma un dato di fatto.

Vi ho già detto che siamo dotati di tecnologia aliena. Abbiamo potuto ritrovare e aggiustare 15 navicelle spaziali che sono disseminate nel mondo. Queste navicelle ci permettono di viaggiare nello spazio ad una velocità molto superiore a quella della luce.

Abbiamo… cominciato a colonizzare un altro pianeta. L’abbiamo chiamato Speranza. Tutte le opere d’arte, le sculture, i quadri che vedete sparse nel mondo sono state sostituite da dei falsi. Gli originali sono già su Speranza.

Lo so, lo so… difficile da credere. Ma stiamo effettuando un censimento. Non c’e spazio per tutti sulle navicelle e dobbiamo scegliere e agire velocemente prima che i super-soldati scoprano i nostri piani. Se non l’hanno già fatto. Il 20 dicembre tutte le navicelle lasceranno la terra per sempre con un numero ben definito di persone. I malati, gli anziani, i senza tetto, saranno abbandonati al loro destino. Solo i più forti partiranno. La colonizzazione di Speranza sarà messa in atto.

Non avete più diritto a tornare ai vostri anziani compiti. Ci servite qui al Pentagono. Riceverete una lettera con i vostri incarichi nella vostra nuova dimora. Sarete tutti trasferiti in una casa di massima sicurezza all’interno di quest’area. Ora siete a conoscenza di tutto e siete in pericolo.

Prendete il tempo per digerire, vi prego, ora andate. Uscite da quest’aula e sarete condotti ai vostri nuovi alloggi. Le vostre valigie e tutti i vostri averi sono stati trasferiti e stanno arrivando nelle vostre stanze.

Da oggi in poi questa sarà la vostra nuova vita.

Ci rivedremo di nuovo ma ora devo andare via.”

Savannah chiuse la porta in fretta e furia. Aveva parlato, detto tutta la verità tutta in una volta sola. Aveva paura delle loro reazioni. Per dirla tutta aveva semplicemente paura di ogni cosa. Raccontare del piano di colonizzazione le dava la pelle d’oca. Pensare di abbandonare la metà della popolazione sulla terra le dava la nausea. Voleva solo prendere un po’ d’aria. Sarebbe rientrata in ufficio più tardi.

Il suo compito per oggi era finito.

 

 

MARZO

Quel giorno fu come tutti gli altri giorni. William seguii le lezioni, pranzò da solo osservando i suoi compagni di classe pavoneggiarsi davanti alle ragazzine e passò un altro pomeriggio seduto al suo banco a riflettere sulle equazioni che la professoressa di matematica aveva dato loro come esercizi.

Sulla strada verso casa notò una ragazza camminare nella direzione opposta alla sua. Non l’aveva mai notata prima. Poteva avere all’incirca la sua età, capelli castani lunghi, leggermente ondulati. Grandi occhi scuri. William la osservò e la vide entrare nel cortile della scuola.

 

I mesi erano passati velocemente quell’anno scolastico. Poche settimana ancora lo separava dal suo dodicesimo compleanno. Sua mamma gli aveva annunciato che quell’anno lo avrebbero celebrato in modo speciale. Lei e papà avevano persino preso una settimana di ferie. Lo avrebbero portato a Washington. Avrebbero forse visitato l’FBI e sicuramente la facoltà di scienze. Lo avrebbero portato a vedere Baltimora, l’oceano e se avessero avuto fortuna avrebbero visto anche le balene.

Non capiva esattamente l’importanza di festeggiare gli anni che passavano. Per lui significava solamente che il suo avvenire gli si sarebbe parato davanti quanto prima. Insolente, senza scrupoli. Sarebbe stato pronto a scegliere.

Gli incubi che aveva avuto all’inizio dell’anno non gli avevano dato tregua. Questi lo rendevano ancora più solitario, infastidito. Come se non bastasse aveva cominciato a sviluppare degli strani mal di testa e un intorpidimento agli arti. Si sentiva spesso stanco e aveva perso l’appetito. Si sarebbe prima o poi arreso all’idea di essere malato e sarebbe andato a trovare il medico giù in paese.

Tirò fuori il quaderno dalla scrivania della sua camera. In poco tempo lo aveva riempito di disegni. Faticava ancora a credere di esserne stato lui l’artefice. Aveva cominciato a disegnare più o meno nello stesso momento in cui erano cominciati i primi incubi.

Si chiedeva ora se tutti quegli “avvenimenti” avessero un filo conduttore. Incubi, disegni, malessere generale… tempo… era marzo inoltrato e nessun segno dell’arrivo della primavera. Faceva sempre più freddo. Non avevano avuto nemmeno un giorno senza pioggia o senza quel maledetto vento glaciale. E se i suoi sogni fossero premonitori? E se lui avesse avuto modo di prevedere quello che stava accadendo e non avesse detto niente a nessuno? Sarebbe stato colpevole. Forse avrebbe perso i suoi genitori a causa del suo silenzio.

Peggio ancora: se fosse stato lui a causare tutti quegli strani fenomeni?

Cosa doveva fare?

“William, tesoro. Stai bene? Farai tardi a scuola figlio mio. Coraggio. C’è forse qualcosa di cui vorresti parlarmi?”
“No, mamma. Solo i miei incubi sai… solamente quelli. Sto crescendo, saranno un riflesso delle tipiche preoccupazioni che si riversano imperterrite su tutti gli adolescenti.” Sua madre rise. “Ma che figlio intelligente che mi ritrovo. Adesso fila… ma sappi che se avrai bisogno di parlare io sarò qui”. William ringraziò sua mamma, la abbracciò con dolcezza. Si lasciò accarezzare la testa e finii di prepararsi per andare a scuola. Quel giorno sarebbe davvero arrivato in ritardo.

La campanella aveva finito di suonare da poco. William entrò in classe e si rese conto che la Preside stava eretta dietro alla cattedra a fianco alla professoressa di inglese. Si scusò con vergogna del ritardo e si sedette al suo posto. Fu in quel momento che si accorse che una terza persona era presente: la ragazzina che aveva visto il giorno prima. Si chiamava Agathe. Veniva da un altro stato e si trovava li a causa del cambiamento di lavoro della madre. Avrebbe finito il programma scolastico come avrebbe potuto, mancavano pochi mesi oramai e si sarebbe dovuta rimboccare le maniche per colmare le lacunee. Ma vantava un ottima media e non sembrava particolarmente preoccupata del cambiamento che stava subendo. 

Si sedette nell’unico banco libero che ancora restava nella classe, a pochi passi da quello di William. Per la prima volta in vita sua si rese conto di trovare una ragazza interessante da un punto di vista fisico. Ma c’era dell’altro: sentiva sgorgare un energia e una sensazione di benessere a starle cosi vicino. Si chiese se avrebbero mai potuto diventare amici. Le avrebbe proposto il suo aiuto per completare il programma… in fondo lo faceva per il suo bene.

 

Le settimane erano passate velocemente. William camminava ripensando ancora a quel primo incontro avvenuto due mesi prima. La passava a prendere ogni giorno per percorrere assieme la strada per andare a scuola. Erano diventati ottimi amici. Non era ancora sicuro ma forse con il tempo, ci sarebbe stato anche qualche cosa di più. Ma per il momento si accontentava di avere una persona che lo apprezzasse per quello che era e che condividesse le sue passioni. Pranzavano spesso assieme anche se ad entrambi piaceva passare dei momenti di solitudine. A volte camminavano in silenzio l’uno a fianco all’altro, altre volte parlavano delle loro aspirazioni e del futuro che sarebbe arrivato alla velocità della luce. Per la prima volta da tanto tempo si sentiva sereno. Aveva persino avuto delle notti limpide, senza incubi. Notti lisce e profonde. Ne era davvero grato. Forse averle parlato dei suoi incubi gli aveva permesso in qualche modo di scacciarli.

Anche la stanchezza si era volatilizzata, ma sentiva comunque un formicolio alle dita delle mani e avvertiva spesso dei giramenti di testa. Si era convinto che fossero dovuti alla scorretta posizione tenuta a scuola a causa di quei maledetti banchi. Ma aveva imparato a conviverci: a fianco a lei si sentiva più forte.

Il giorno dopo sarebbe partito per la famosa settimana-compleanno-vacanza con i suoi genitori. Provava un po’ di pena per non poterla avere al suo fianco ma se ne sarebbe fatto una ragione.

“Mi raccomando, mandami una cartolina” “Arriverò prima io di lei” “E tu mandamela lo stesso. Divertiti con i tuoi genitori, questa vacanza te la sei proprio meritata. Poi mi racconti tutto. Promesso? Ti penso, eh! Ciao” Agathe salutò William dandogli un bacio affettuoso sulla guancia e lo lasciò solo sul sentiero che lo avrebbe condotto a casa sua.

- Coraggio, devi ancora fare la valigia. 7 giorni voleranno - pensò tra se e se.

 

 

 

 

 

 

 

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